Odio, abusi, inni a Hitler e all’Isis: la chat dell’orrore dei ragazzini

Odio, abusi, inni a Hitler e all’Isis: la chat dell’orrore dei ragazzini

«Gli accendini e gli ebrei dove sono?» si domanda il primo ragazzino. E gli altri della chat ridono. Mandano meme. Bestemmie: «Gli ebrei sono combustibile». Uno skroll di schermate. C’è un video con due ragazzine che avranno sì e no dodici anni, che fanno sesso con un coetaneo. «E poi dicono che i preti non devono stuprare i bambini…». Risate.

La chat dell’orrore era il regno degli adolescenti, con iscritti da tutta Italia: da Napoli a Torino. Aveva svastiche come icone. E un nome che fa rabbrividire: «The Shoah party». Ci entravi se ti presentavano e ti invitavano con un link: «Clicca qui». Oppure passavi attraverso Instagram. E il regno dell’orrore spalancava la bocca. Stupri. Violenze. Una bestemmia ogni riga. Ogni due. Una risata. Un meme. Un commento assurdo, anzi molto peggio: «Io la mia prof la stuprerei…».

L’inchiesta della Procura della Repubblica di Siena ha spalancato un orrido che non ti aspetti. Un inferno di degrado umano senza fondo. Di violenza. Di inni a tutto ciò che è violenza, sangue e orrore. La Shoah è soltanto una delle tante cose malate che puoi trovare qui. I carabinieri del comando provinciale di Siena hanno messo le mani dentro questo pozzo di marciume il giorno in cui una mamma ha deciso di parlare. «Ho scoperto la chat per caso» racconta adesso. Ne ha discusso con altre mamme, sconvolta. L’hanno liquidata con un’alzata di spalle. Banalità. Lei è andata avanti ed è approdata dai carabinieri: «Mi creda è orribile». L’hanno sentita e poi hanno iniziato a indagare.

Ingegneria sociale, si chiama il modo di hackerare senza violare il sistema, fingersi un altro per ottenere informazioni, accessi a siti, dati. Negli uffici del comando provinciale i ragazzi del comandate del reparto operativo si sono dati da fare. E il loro capo, il colonnello Michele Tamponi, gli ha dato carta bianca. Hanno letto tutto per tre mesi almeno. Hanno annotato numeri. Indagato sulle persone. Trecento utenti si stima siano entrati e usciti da «Shoah party». Quasi tutti ragazzini. Di Torino, per dire, erano 8. Tra loro c’è anche uno studente del Politecnico: ha 19 anni, è arrivato dalla Puglia per andare all’università. C’era anche un uomo di 44, ma era finito lì dentro per caso. La scheda sim da cui suo figlio chattava era intestata a lui. Lo hanno indagato. E lui adesso dice: «Forse avrei dovuto controllare meglio il telefono di mio figlio». Ma forse la chat era nascosta. WhatsApp ha segreti che se non conosci non puoi scoprire.

I carabinieri sì, ci sono riusciti. Hanno trovato i video pedopornografici che fanno accapponare la pelle soltanto a dire che cosa mostravano. «Mi sento pedo oggi» scriveva qualcuno. E giù risate. Pollici alzati. Come se chi scriveva non avesse chiaro quali sono i limiti. Dove lo scherzo diventa reato. Dove il buongusto vien ucciso. E più ancora dai valori negati.

C’era tutto lì dentro. L’Isis che taglia le teste. Le torri gemelle. «Vorrei ammazzare tutti». I bambini malati: «tutti quelli con il cancro». La leucemia come oggetto di scherno. Senza vergogna. O meglio ancora senza un barlume, seppur minimo, di umanità. C’è un bambino africano inginocchiato accanto a una pozzanghera colma di acqua fangosa da cui beve. Commento: «Minkia, il Nesquick».

Ecco, quando i carabinieri hanno avuto chiaro tutto questo sono andati a bussare all’uscio dal comandante provinciale, Stefano Di Pace, con i faldoni di carte spessi così. E lui è andato dal procuratore Antonio Sangermano, alla procura dei minori. Ne hanno indagati 25: tutti gli altri che sono entrati lì dentro e, dopo aver visto, hanno abbandonato la chat – «Che cos’è questo schifo?» «Me ne vado». «Addio» – non li hanno tirati in ballo.

Quel che è rimasto è il peggio. Gente che commentava. O condivideva. Che non denunciava. «Shoah party» – che ricorda casi molto simili in Inghilterra e Francia – è stato chiuso. Ora iniziano gli interrogatori. Negare sarà inutile: carabinieri e Procura sanno chi ha fatto cosa. E quando.

Fonte: La Stampa

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commento di Gadi Luzzatto Voghera, Direttore Fondazione CDEC

Non sono mostri, ma usano i mostri della nostra società per parlare agli adulti. Cosa ci vogliono dire i ragazzini (ai quali si discute di concedere diritto di voto) che frequentavano la chat di WhatsApp denominata provocatoriamente “Shoah party”?

Ci sembrano fondamentali alcuni elementi:

1) l’antisemitismo continua ad essere un linguaggio diffuso e utilizzato a vari livelli nella nostra società.

2) La violenza verbale (utilizzata anche in ampi settori della politica) connette senza distinzioni i luoghi oscuri della coscienza occidentale, dalla pedopornografia all’islamismo radicale fino all’esaltazione dello sterminio degli ebrei.

3) La Memoria della Shoah è diventata un’attività istituzionale ed è quindi riconosciuta come target da colpire nelle espressioni di contestazione “alternativa”.

Al netto delle ovvie e necessarie azioni giudiziarie che auspicabilmente andranno a punire questi giovani-bene che abitano le nostre strade e internet, i loro post e la loro violenza espressiva ci raccontano il nostro attuale fallimento. Non siamo più capaci di trasmettere ai giovani la sostanza della Shoah, quello che fu e quello che significò per donne, uomini e bambini.

I nostri linguaggi sono inadeguati, non siamo stati in grado di far capire che l’antisemitismo, come il nazismo e il fascismo, la pornografia o il radicalismo islamista sono pratiche del Potere, non dell’antagonismo.

Ce ne accorgiamo di certo, non è la prima volta che la cronaca ci offre spettacoli desolanti come questo.

L’Osservatorio Antisemitismo della Fondazione CDEC offre ogni giorno all’opinione pubblica materiale allarmante e continuamente rinnovato da agenzie politiche di vario orientamento. Lo strumento per combattere è sempre lo stesso: educazione, informazione, cultura.

Ma va compiuto uno sforzo decisivo per adeguare il linguaggio.

In definitiva: meno eventi istituzionali, più sostanza, per far comprendere che la mostruosità di quel che accadde ottant’anni fa è roba nostra, ci appartiene e può distruggere la società in cui viviamo.

Fonte: Moked.it