‘Odiare ti costa’, certe parole non sono opinioni ma reati

‘Odiare ti costa’, certe parole non sono opinioni ma reati

di Adriano Ercolani

Provate a leggere i commenti a un qualsiasi articolo in cui venga menzionata Carola Rackete: decine di migliaia di insulti, auguri di stupro, minacce di morte violenta. Lo stesso vale per Laura BoldriniMaria Elena BoschiMichela Murgia, qualsiasi donna protagonista di una polemica pubblica. Ciò che una volta era un’eccezione rara e sgradevole, ora è divenuta una violenta strategia di comunicazione di massa. Una strategia che viene utilizzata contro qualsiasi donna che esprima un’opinione dissonante dal coro. È tempo di intervenire.

 

 

Augurare lo stupro o la morte non è un’opinione: è un reato. L’avvocata e attivista Lgbtq Cathy La Torre (Studio legale WildSide Human First) e la scrittrice e filosofa Maura Gancitano (fondatrice di Tlon) hanno lanciato una campagna contro l’odio in rete: #odiareticosta. L’intento è quello di trovare strumenti giudiziari e un deterrente concreto per arginare questa ondata crescente di odio. Leggendo il comunicato ufficiale, le idee sembrano molto chiare: “Perché se il diritto di critica è sacro e inviolabile, se la libertà di opinione è sacra e inviolabile, se la libertà di dissenso, anche aspro, duro, netto, schietto, è un diritto sacro e inviolabile, la diffamazione no, l’ingiuria no, la calunnia no, l’offesa no, la minaccia no. Quelli sono delitti. Anche e soprattutto sui social. E arrecano danni. E quei danni vanno risarciti. Criticare una donna per le sue posizioni politiche è un sacro diritto. Augurarle lo stupro è invece un delitto. Criticare una persona perché solidarizza con i migranti è un sacro diritto. Insultarla, accusarla senza prove di qualche crimine, calunniarla è invece un delitto. Criticare un omosessuale per le sue idee è un sacro diritto: insultarlo, offenderlo, ingiuriarlo, augurargli o promettergli violenza no. Quello è un delitto. È un danno. E si paga. Fino a oggi le vittime di questi delitti sono state lasciate sole. Adesso basta”.

Il progetto si articola in due momenti: una richiesta di segnalazione di tutti i commenti sessisti e di odio reperibili online, da inviare via mail (sotto forma di link e non di screenshot); un appello a esperti forensi, hacker etici, investigatori privati a collaborare al progetto. I dettagli della campagna verranno svelati progressivamente. L’obiettivo è far in modo che a ogni commento d’odio in rete corrisponda una sanzione pecuniaria. Questo per segnare il confine tra libertà di parola e insulto o diffamazione e iniziare a costruire una società realmente paritaria, dove odio e discriminazione non abbiano più spazio. Ovvero, il confine tra ciò che si può fare e ciò che non si deve fare.

 

Vi prego di non cadere nella sciocca polarizzazione che regola (e stronca alla nascita) qualsiasi dibattito attuale: qui non si tratta di essere pro o contro la Sea Watch, le Ong, l’immigrazione o “i radical chic”. Questa non è un’iniziativa “di sinistra”, questa è un’iniziativa volta a ristabilire le regole base del dialogo in una società democratica. Anche Giorgia Meloni è stata vittima di insulti sessisti e minacce sulla sua bacheca. E’ egualmente vergognoso ed è egualmente da condannare. Per prima cosa, bisogna capire che questa iniziativa non è in favore di un personaggio famoso (o di un altro di segno opposto): è una battaglia culturale per la tutela dei diritti di tutti. Soprattutto, è importante chiarire questo punto: qui non si tratta di mera comunicazione, ma si tratta di una strategia giudiziaria.

Si tratta, anche, di creare una comunità di persone che credano nella democrazia e nel dialogo civile: in perfetta coerenza con la Costituzione, persone che siano di tutte le opinioni politiche, ma che abbiano come priorità i diritti civili minimi delle persone. Per cui, anche se siete contrari all’accoglienza, anche se vi stanno antipatiche Michela Murgia o Laura Boldrini, anche se tutto sommato non vi dispiace un giro di vite sulla sicurezza… d’accordo, quelle sono vostre libere opinioni, legittime finché espresse in termini civili, qui si tratta di porre una linea netta tra la libera opinione e l’insulto. Per usare un’espressione tanto cara a certa retorica dominante: cosa diresti se accadesse a tua madre, a tua sorella, a tua moglie? Questa iniziativa è anche in loro tutela. Dunque, non cadete nella trappola della più bieca retorica, quella delle false contrapposizioni. Sostenete l’iniziativa #odiareticosta. Perché la storia lo ha insegnato, in una società in cui l’odio è impunito, gli ignavi sono i primi complici dei carnefici, ma ciò non li salva da diventare prima o poi vittime.

Fonte: Il Fatto Quotidiano