Il controllo social? Meglio educare

Il controllo social? Meglio educare

di Paolo Di Stefano

Qualche giorno fa un’amica mi ha mostrato il messaggio ricevuto da sua figlia P., quattordicenne, che aveva messo su Whatsapp una sua fotografia con il preciso scopo (molto diffuso) di raccogliere il parere «estetico» dei suoi amici. Il commento di S., un compagno di P., era: «Bella da stupro!». Dunque, proprio nella settimana in cui tutte le tv, le radio e i giornali parlavano della violenza sulle donne, un adolescente ha pensato di fare i complimenti alla sua coetanea con questo concetto: sei talmente desiderabile da essere degna di essere violentata. Negli stessi giorni il quindicinale online «Vita e Pensiero Plus+» ha pubblicato un articolo molto interessante di Pier Cesare Rivoltella, docente di Tecnologie dell’apprendimento alla Cattolica di Milano.

Il breve intervento, sotto il titolo Controllare≠Educare, si soffermava sulla protezione dei minori dall’abuso e dal potere del web. Secondo un’idea corrente, il modo migliore per tenere al riparo i figli dai rischi della rete è il controllo, magari affidandosi ai dispositivi di limitazione proposti da Google, che Rivoltella immagina come una specie di ago infilato sotto la pelle per iniettare il vaccino. Tuttavia, aggiunge, «sperare di controllare l’accesso alle informazioni è un’illusione» e Google non può non saperlo: «è che in questo modo tranquillizza i genitori e si garantisce una facciata di responsabilità sociale».

Ben più efficace del controllo sarebbe l’educazione, che non può essere delegata a un sistema, ma spetta ai genitori.

Naturalmente «il genitore che educa non si disinteressa dei tempi o dei contenuti del consumo mediale del proprio figlio»: se padri e madri, per esempio, si interessassero del modo di utilizzare il telefono da parte delle loro figlie, ne eviterebbero le frequenti esibizioni da lolite, che assecondano precocemente le più retrive mentalità maschiliste.

Ma la questione dello «stupro» minacciato da S. è tutt’altra faccenda, più ampia e più grave, che prescinde dalla tecnologia e pertiene alla responsabilità educativa famigliare e all’ambiente domestico. Ciò che si dimentica, quando si parla delle intemperanze verbali degli adolescenti (non solo nei social), è che non è possibile agli «educatori» insegnare ai propri figli valori, stili e linguaggi che essi stessi non possiedono.

Fonte: Corriere della Sera